martedì 25 febbraio 2014

PAUL BRADY

Hard station (1980, Polygram)


Esiste una specie di filo invisibile che unisce il flusso di coscienza iniettato nel songwriting statunitense da Jackson Browne e raggiunge il suo apogeo nel fenomeno da stadio di Bruce Springsteen. Ciò che il boss ha venduto ad almeno quattro generazioni di yankee vitaminizzati (e, di riflesso, agli estimatori del rock muscolare di tutto il mondo) è un approccio canzonettistico in bilico tra la retorica patriottica dell’hobo santificato e lo spirito festaiolo del ‘r’n’r Anni ‘50. A mancare, tra gli stili dei due personaggi, è un punto di equilibrio che sposi eccellenza formale a emozionabilità senza per questo suonare artificioso.
Per un album almeno il miracolo riuscì al semisconosciuto Paul Brady, polistrumentista irlandese già distintosi nel 1978 con Welcome here kind stranger, raccolta imprescindibile per gli amanti del folk di matrice albionica. Hard station è l’incursione del Nostro nel pop-rock, esperienza irrobustita da un talento compositivo su cui al tempo in pochi avrebbero scommesso.
 
Si apre con Crazy dreams, viaggio nei ricordi di una giovinezza ancora palpitante, riprodotto da una line-up perfettamente coesa. The road to the promise land, a dispetto di un andamento vagamente reggae, sciorina una malinconia ultraterrena enfatizzata dal timbro vocale di Brady, sorta di Van Morrison prêt-à-porter. Stupisce soprattutto la facilità nella scrittura, sicché da attacchi quasi elementari si sviluppano soluzioni melodiche di presa rapida eppure non scontate, come nel caso della commovente Cold, cold night. Altro incontrovertibile esempio ne è la titletrack, celebrazione dell’essere musicista e sua precarietà. Attuale oggi come allora.

genere: pop-rock

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